Giusti senza bandiera

15 giugno 2020

La storia di Ermenegildo accomuna molti veneti e molti italiani espatriati verso altri continenti dalla fine dell’Ottocento sino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Di nobile lignaggio fino al 1600, la famiglia di Ermenegildo alla fine del 1800 è una famiglia contadina dedita alla viticoltura. Le famiglie di entrambi i genitori coltivano i vitigni tipici del Montello: glera, bianchetta e verdiso. I profumi della vendemmia, le corse nei vigneti e la semplicità della comunità contadina segnano indelebilmente l’adolescenza di Gildo, che appena maggiorenne e con solo la terza media e 20mila lire in tasca parte con suo fratello per cercar fortuna in Canada. Promette però a suo padre ed alla sua fidanzata di tornare a casa ogni Natale e così fa. Al secondo rientro la fidanzata diventa sua moglie ed il sogno canadese inizia a prendere forma.

Comincia a costruire case in stile canadese, ma con la creatività tipica italiana. Fa rete con i fornitori italiani, ma fa da subito della multiculturalità la cifra del suo modo di fare impresa. Joe, come è conosciuto sull'altra sponda dell'Atlantico, diventa milionario. Sotto il cappello del Giusti Group of Companies, nato nel 1974 a Calgary, Ermenegildo Giusti arriva in cima al gotha dell’edilizia: dalle case prefabbricate al cemento, dal petrolio a ponti e strade, dall'America alla Cina, dagli Emirati all'Australia.

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La misura del suo successo sono gli operai che si sono tatuati il nome Giusti sul corpo! “Il successo vero è come tratti le persone: io amo loro e loro amano me. Questo è tutto. L’astuzia dei furbetti non vale niente, perché bisogna usare le energie positive per crescere, non il contrario”. Ermenegildo è un uomo di parola che ha fatto dell’etica professionale la sua bandiera e questa rettitudine gli è valsa la costruzione di un impero.

Ma il profumo della vendemmia e la nostalgia delle terre dalle quali si è separato non mollano la presa, alimentati da una visione illuminata della multiculturalità come ricetta della nostra evoluzione. A 50 anni Gildo pianifica il rientro in Italia, dove decide di restituire parte di ciò che la vita ed il suo coraggio gli hanno regalato. Oggi, a 67 anni è uno dei maggiori produttori di Prosecco con 100 ettari di proprietà intorno a quel di Nervesa della Battaglia, nel trevigiano.

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La sua generosità è autentica così come la sua ricetta. “La gente vuole sentirsi bene, in ogni contesto, e dobbiamo metterci in testa che è questo che dobbiamo trasmettere. Dobbiamo imparare a rispettare le altre nazionalità e razze, capendo cosa vogliono. E se qualcuno è rimasto indietro bisogna educare, non avere paura: siamo tutti uguali e nelle singole diversità risiede la vera bellezza.”

Solo così si spiega la donazione per costruire due scuole per 1200 bambini siriani in Giordania, dove Ermenegildo non ha interessi. O il recupero dell’Abbazia benedettina di Sant’Eustachio a Nervesa, dove Monsignor della Casa scrisse il Galateo.

 

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E’ partito con la terza media. La vita e il merito lo hanno fatto tornare con la laurea honoris causa in dottorato del lavoro ed ingegneria edile rilasciata congiuntamente dagli atenei di Venezia, Padova e da un’università statunitense.

Il suo rientro in Italia guarda al futuro, non al presente. La sua visione dovrebbe essere insegnata nelle scuole e nelle università. Eccola qua nelle pillole di qualche intervista.

La multiculturalità è imprescindibile per progredire, come la mescolanza di uvaggi nei vini. Per il futuro, per il futuro dei nostri figli, dei nostri nipoti.

Se avessi guardato solo il sistema politico italiano non avrei investito una lira, ma se guardiamo avanti di 50 anni l’Italia non sarà più quella di oggi, non sarà più l’Italia dei furbetti, sarà un’Italia multiculturale con una influenza anglosassone e anche orientale. Con questa influenza estera, innestata in un sistema latino, la politica e la corruzione spariranno. Sarà un’Italia più bella, gli italiani saranno cambiati un po’ ma sarà un Paese favoloso.

Ve lo dice uno che ha assistito a questi cambiamenti già due volte nella mia vita.

Nel distretto regionale della Fraser Valley in Canada, per esempio, all’inizio c’erano solo quattro famiglie indiane, mentre ora tutto è in mano agli indiani e anche in parlamento ora siedono persone col turbante. All’inizio non c’erano esponenti di colore al governo, mentre ora si vedono molti ministri originari dell’India.

Io auspico questo cambiamento anche per l’Italia ma bisogna cambiare mentalità, porsi diversamente. La mia bisnonna era ebrea e un’altra antenata per ramo materno era austriaca, dunque anch’io sono per il 30% italiano. Le mentalità razziste sono dei piccoli paesi. Quando parliamo di integrazione in Italia, bisogna essere onesti e dire che non c’è neanche fra gli italiani stessi.

Con l’incremento delle razze, la mentalità cambia. In Canada noi siamo “italiani all’estero” e ogni Paese porta ricchezza. Personalmente, crescere in un mosaico di razze, mi ha consentito di diventare un uomo migliore.”

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